martedì 1 gennaio 2013

Il dibattito sulle armi in Usa (Los Angeles Times, The Observer, The New York Times)




Il paese sta cercando di riprendersi dall’orrore della strage del 14 dicembre 2012 in una scuola elementare
di Newtown, in Connecticut, dove un uomo è stato capace di uccidere a sangue freddo venti bambini e sei adulti. 
Intanto i politici hanno invaso i telegiornali. Il sindaco di New York, Michael Bloom berg, e la senatrice democratica della California, Barbara Boxer, chiedono leggi più severe sul controllo delle armi. Ovviamente molti politici conservatori che difendono il diritto di girare armati li accusano di opportunismo, sostenendo che subito dopo una tragedia non è il caso di parlare di politica. 
Ma in una democrazia succede spesso che siano proprio le catastrofi a innescare il cambiamento.

Quando si parla di controllo delle armi emergono sempre due questioni importanti.
La prima è se esiste veramente una legge in grado di impedire le stragi, che negli Stati Uniti hanno ormai raggiunto proporzioni epidemiche. La seconda è se è possibile che una legge del genere sia approvata a livello federale. Alla prima domanda si può rispondere probabilmente sì. Alla seconda, probabilmente no.

Nel corso degli anni sono state proposte molte leggi ragionevoli che avrebbero reso più difficile per gli individui pericolosi ottenere armi o che avrebbero messo al bando quelle armi che servono solo a compiere stragi. Il governo potrebbe, per esempio, chiudere la scappatoia delle fiere delle armi, che permettono a persone non autorizzate di vendere armi usate senza indagare su chi le compra. 
Inoltre il governo potrebbe rafforzare il sistema dei controlli per cercare in modo più approfondito le prove
di disturbi mentali nei potenziali acquirenti. Potrebbe vietare la vendita di armi d’assalto dotate di grossi caricatori, che servono solo a chi ha intenzione di uccidere molte persone in poco tempo.
(...)
Anche se ci piacerebbe che le leggi statunitensi sul controllo delle armi fossero più sensate, non le avremo presto. È improbabile che i liberal delle grandi città come la senatrice Barbara Boxer riescano a superare l'opposizione dei repubblicani e dei democratici moderati al senato. E l’idea che i repubblicani, in maggioranza alla camera dei rappresentanti, facciano qualcosa per limitare il possesso di armi è pura fantasia.
Finora il presidente Barack Obama non è sembrato disposto a spendere il capitale politico necessario per mettere al centro del dibattito nazionale una seria riforma delle leggi sul possesso di armi. Tenetevi
stretti i vostri figli e proteggeteli meglio che potete, perché è improbabile che lo facciano i politici.

(Los Angeles Times, Usa)





(...) Negli ultimi quarant’anni il programma politico portato avanti dalla destra statunitense ha puntato alla privatizzazione del diritto individuale a possedere i mezzi per uccidere, alimentando un’eccezionale proliferazione di armi leggere.
Anche se gli Stati Uniti non si possono certo definire uno stato fallito, sotto questo aspetto ne mostrano tutte le caratteristiche: gli statunitensi possiedono in media il doppio delle armi rispetto agli abitanti di un paese instabile come lo Yemen, che è al secondo posto nella classifica mondiale per numero di armi procapite.
Al centro del problema c’è il tentativo, in corso dalla metà degli anni settanta, fatto dalla destra e dalla lobby dei produttori di  armi, di reinterpretare il secondo emendamento della costituzione – concepito per assicurare la difesa collettiva sotto forma di milizie “ben regolamentate” – trasformandolo in un diritto individuale, moderno e assoluto.
Questo processo è giunto a compimento di recente, quando la corte suprema a maggioranza conservatrice ha emesso due sentenze che riaffermano questa interpretazione del secondo emendamento. 


In tutto questo c’è un aspetto paradossale, ben evidenziato dalla storica Jill Lepore in un’analisi della storia del controllo della vendita di armi pubblicata sul New Yorker: la percentuale di proprietari di armi tra i cittadini statunitensi è in calo costante da molti anni. Tra il 1985 e il 2010 la percentuale dei possessori di armi da fuoco sul totale della popolazione è scesa da circa un terzo ad appena il 20 per cento.
Eppure gli Stati Uniti rimangono il primo paese al mondo per numero di armi da fuoco in circolazione (quasi una a testa), perché chi le possiede non si limita a comprarne una sola.
Dal punto di vista politico il possesso di armi è una questione che riguarda una minoranza.
Ma gli statunitensi che le possiedono – prevalentemente maschi bianchi di età avanzata – stanno monopolizzando il dibattito nazionale. Obama ha un’occasione storica. Il dibattito sulla strage nella scuola di Newtown ricorda la reazione dell’opinione pubblica britannica alle stragi di Hungerford, nel 1987, e di Dunblane, nel 1996, che hanno portato a due importanti riforme in materia di armi: la messa al bando delle armi semiautomatiche e l’estensione del divieto alle pistole di piccolo calibro.

(...) 
Negli Stati Uniti il numero di morti per ferite da arma da fuoco – più di trentamila all’anno – supera quello delle vittime del conflitto in Siria nello stesso periodo. Fino a quando non guarderanno in faccia la real tà
– cioè che la politica sulla proprietà e la detenzione di armi da fuoco è fallimentare – gli Stati Uniti continueranno a vivere un incubo ricorrente, condannati ad assistere allo stesso orrore del 14 dicembre alla scuola elementare di Newtown.

(The Observer, Regno Unito)





(...) possiamo calcolare la frequenza con cui alcune frasi e parole sono state usate sui quotidiani, secondo il database Newslibrary.com. Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento di tono nel dibattito pubblico. L’espressione gun control (controllo delle armi) è molto meno usata rispetto a dieci o venti anni fa, mentre gun rights (diritto alle armi) è impiegata più spesso. Sempre più di frequente si cita il second amendment (secondo emendamento) della costituzione. 
(...)

Il cambiamento di linguaggio rilette la polarizzazione del dibattito. Espressioni relativamente neutre come gun control sono usate sempre meno, contrariamente a quelle politicamente più connotate come gun violence e gun rights. Probabilmente chi vuole limitare il possesso di armi ha capito che l’argomentazione più efficace è
sottolineare le conseguenze dell’accesso indiscriminato alle armi, piuttosto che alimentare il dibattito intorno al secondo emendamento. Invece per chi si oppone a leggi più severe il dibattito s’incentra sempre di più sulle garanzie costituzionali. Spesso chi è contrario all’introduzione di controlli sostiene anche che i tentativi di
limitare il possesso di armi sarebbero controproducenti o non ridurrebbero la violenza. Ma in generale preferirebbe che il dibattito s’incentrasse su quelli che considera diritti costituzionalmente garantiti. Probabilmente la strategia ha funzionato. I sondaggi indicano che negli ultimi anni l’opinione pubblica ha assunto una posizione più ambigua sulle misure di controllo. Alcuni pensano che la costituzione dia ampia facoltà di possedere e portare le armi, anche se le conseguenze a volte possono essere tragiche.


(Nate Silver, The New York Times, Stati Uniti)



Fonte: Internazionale, 21/27 dicembre, N°980

Le nostre vite in vendita (Michael J. Sandel)




Ormai la logica di mercato non è applicata solo allo scambio dei beni materiali.
Ma governa sempre di più l’esistenza in ogni suo aspetto.


Ci sono cose che il denaro non può comprare, anche se di questi tempi non sono molte. Oggi quasi tutto è in vendita. Facciamo qualche esempio.
l) Una cella moderna: novanta dollari a notte. A Santa Anna, in California, e in qualche altra città degli Stati Uniti i criminali non violenti possono pagarsi una cella pulita e silenziosa, dove non sono disturbati dagli
altri detenuti.
2) L’accesso alle corsie riservate al car pooling per gli automobilisti che viaggiano soli: otto dollari. Minneapolis, San Diego, Houston, Seattle e altre città statunitensi hanno cercato di ridurre il traffico consentendo a chi viaggia da solo di transitare nelle corsie di car pooling, con tariffe che variano in base
al traffico.
4) I servizi di una madre surrogata indiana: ottomila dollari. Le coppie occidentali in cerca di uteri in affitto si rivolgono sempre più all’India, dove i prezzi sono meno di un terzo di quelli statunitensi.
5) Il diritto di sparare a un rinoceronte nero in via d’estinzione: 250mila dollari. In Sudafrica i proprietari di ranch possono vendere ai cacciatori il diritto di uccidere un numero limitato di rinoceronti. Il governo lo ha permesso con l’obiettivo di dare ai proprietari un incentivo per allevare e proteggere le specie in via d’estinzione.
6) Il numero del telefono cellulare del vostro medico: a partire da 1.500 dollari all’anno.
Un numero crescente di “medici concierge” offre consulti via cellulare e appuntamenti in giornata ai pazienti che pagano tariffe annuali tra i 1.500 e i 25mila dollari.
7) Il diritto a emettere una tonnellata di anidride carbonica nell’atmosfera: 10,50 dollari.
L’Unione europea gestisce un mercato delle emissioni di anidride carbonica che permette alle aziende di comprare e vendere il diritto di inquinare.
8) Il diritto di immigrare negli Stati Uniti: 500mila dollari. Gli stranieri che investono 500mila dollari e creano almeno dieci posti di lavoro a tempo pieno in un’area a elevata disoccupazione hanno diritto a una green card che li autorizza al soggiorno permanente.

Non tutti si possono permettere queste cose. Oggi, tuttavia, ci sono molti nuovi modi per fare soldi. Se avete bisogno di guadagnare del denaro extra, ecco alcune alternative originali.
a) Affittare la vostra fronte per esporre una pubblicità commerciale: diecimila dollari. Nello Utah una madre single che aveva bisogno di soldi per far studiare il figlio ha ricevuto diecimila dollari da un casinò online
per farsi tatuare permanentemente sulla fronte l’indirizzo web del locale (le pubblicità con tatuaggi temporanei fruttano meno).
b) Fare da cavia umana nelle sperimentazioni farmacologiche per una compagnia farmaceutica: 7.500 dollari. La paga può variare in base all’invasività delle procedure usate per testare gli effetti dei farmaci e al malessere procurato.
c) Combattere in Somalia o in Afghanistan per una compagnia militare privata: fino a mille dollari al giorno. Lo stipendio varia in base alle qualifiche, all’esperienza e alla nazionalità.
d) Stare in fila per una notte al Campidoglio di Washington per tenere il posto a un lobbista che vuole assistere a un’udienza del congresso: da 15 a 20 dollari all’ora. Alcune società offrono questo servizio assumendo anche persone senza fissa dimora per fare la coda.
e) Leggere un libro (se siete un alunno di seconda elementare in una scuola di Dallas che non ottiene grandi risultati): due dollari. Per promuovere la lettura, le scuole pagano i bambini per ogni libro che leggono.


Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può essere comprato e venduto. Negli ultimi trent’anni i mercati – e i valori di mercato – hanno governato le nostre vite come mai era successo prima. Non siamo arrivati a
questa condizione attraverso una scelta deliberata: è come se ci fosse capitata.
Dopo la guerra fredda i mercati e le teorie sui mercati hanno goduto, comprensibilmente, di un prestigio incontrastato.
Nessun altro sistema di organizzazione della produzione e distribuzione dei beni si è dimostrato altrettanto efficace nel crearericchezza e benessere. Tuttavia, proprio mentre un numero crescente di paesi adottava
i meccanismi di mercato per il funzionamento dell’economia, succedeva qualcos’altro: i valori di mercato assumevano un ruolo sempre più importante nella società e l’economia diventava un dominio imperiale. Oggi la logica del comprare e del vendere non è più applicata solo ai beni materiali, ma governa in misura sempre più ampia la vita nella sua interezza.
Gli anni precedenti alla crisi del 2008 sono stati un momento di esaltazione della fede nei mercati e della deregolamentazione, un’era di trionfalismo dei mercati. Questo periodo è cominciato all’inizio degli anni ottanta, quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno proclamato il loro convincimento che fossero i mercati, e  non i governi, ad avere in mano le chiavi del benessere e della libertà. 
Questo convincimento è continuato negli anni novanta con il pensiero liberal di Bill Clinton e di Tony Blair, che ha attenuato ma allo stesso tempo consolidato la fiducia nei mercati come mezzo principale per garantire il bene comune. Oggi questa fiducia vacilla. La crisi non solo ha instillato il dubbio sulla capacità dei
mercati di distribuire in modo efficiente il rischio. Ha anche suscitato la difusa percezione dell’allontanamento dei mercati dalla morale e della necessità di farli riavvicinare in qualche modo. Ma non è ovvio cosa
significhi tutto questo o cosa dovremmo fare. Alcuni sostengono che il lassismo morale al centro del trionfalismo dei mercati sia stato generato dall’avidità, che ha portato a prendere dei rischi in modo irresponsabile. Secondo questo punto di vista, la soluzione è tenere a freno l’avidità, esigere dai banchieri di Wall street più integrità e responsabilità, e approvare regole sensate per evitare che la crisi del 2008 si ripeta.
Nel migliore dei casi questa è una diagnosi parziale. È certamente vero che l’avidità ha giocato un ruolo nella crisi, ma c’è in ballo qualcosa di più grande. Il più grave cambiamento degli ultimi trent’anni non è stato
l’aumento dell’avidità, ma l’estensione dei mercati e dei valori di mercato a sfere della vita tradizionalmente governate da norme diverse. Per affrontare questa situazione, bisogna fare qualcosa di più che inveire contro l’avidità: serve un dibattito pubblico per capire qual è il posto dei mercati.
Consideriamo, per esempio, l’aumento del numero di scuole, ospedali e prigioni con fini di lucro o l’esternalizzazione della guerra a società private (in Iraq e in Afghanistan, i soldati delle società private sono di fatto più numerosi di quelli dell’esercito statunitense). 
Consideriamo il declino delle forze di pubblica sicurezza a vantaggio delle società di sicurezza private, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove
le guardie private sono quasi il doppio degli agenti di polizia.
Oppure consideriamo il marketing aggressivo sulla prescrizione di farmaci delle aziende farmaceutiche nei confronti dei consumatori, una pratica ormai diffusa negli Stati Uniti e proibita invece nella maggior parte degli altri paesi (se vi è capitato di vedere le pubblicità televisive durante i telegiornali della sera negli Stati
Uniti, siete autorizzati a pensare che la prima emergenza sanitaria nel mondo non sia la malaria, la cecità fluviale o la malattia del sonno, ma un’epidemia di disfunzioni erettili).
Consideriamo anche le dimensioni della pubblicità commerciale nelle scuole pubbliche, la vendita dei diritti di denominazione per parchi e spazi pubblici, i confini sfumati tra informazione e pubblicità (che
probabilmente diventeranno ancora più labili ora che i quotidiani e le riviste lottano per la sopravvivenza), il lancio sul mercato di ovuli e spermatozoi “griffati” per la riproduzione assistita, la compravendita del
diritto di inquinare da parte di aziende e paesi, il sistema di finanziamento delle campagne elettorali negli Stati Uniti, che porta quasi ad autorizzare la compravendita delle elezioni.
Trent’anni fa l’uso del mercato per garantire salute, istruzione, incolumità pubblica, sicurezza nazionale, giustizia, tutela dell’ambiente, divertimento, riproduzione e altri beni sociali era in gran parte sconosciuto.
Oggi, in pratica, lo diamo per scontato. Ma il fatto che stiamo andando verso una società in cui tutto è in vendita ci deve preoccupare. Per due ragioni: una riguarda la disuguaglianza e l’altra la corruzione.
Consideriamo innanzitutto la disuguaglianza.
In una società in cui tutto è in vendita, la vita è più difficile per chi dispone di mezzi modesti. Più cose il denaro può comprare, più i soldi (o la loro mancanza) contano. Se il solo vantaggio della ricchezza fosse
la possibilità di comprare yacht, auto sportive e vacanze esclusive, le disuguaglianze di reddito e di ricchezza importerebbero meno di quanto importino oggi. Man mano però che il denaro arriva a comprare sempre più cose, la distribuzione del reddito e della ricchezza assume un ruolo molto più rilevante.
La seconda ragione per cui dovremmo esitare a mettere tutto in vendita è più complessa. Non riguarda la disuguaglianza e l’equità, ma gli effetti corrosivi dei mercati. Assegnare un prezzo alle cose che contano nella vita può corromperle, perché i mercati non si limitano a distribuire beni, ma esprimono e promuovono determinati atteggiamenti nei confronti dei beni che vengono scambiati. 
Pagare i bambini affinché leggano i libri può spingerli a leggere di più, ma può anche insegnargli a considerare la lettura come un lavoro e non come una fonte di soddisfazione interiore. 
Assumere mercenari stranieri per combattere le nostre guerre può risparmiare la vita ai nostri cittadini, ma può anche corrompere il significato di cittadinanza.
Spesso gli economisti presumono che i mercati siano inerti, cioè che non abbiano ripercussioni sui beni che scambiano. Ma questo non è vero. I mercati lasciano il segno.
Talvolta i valori di mercato escludono altri valori di cui varrebbe la pena tener conto. Quando decidiamo che certe cose potrebbero essere comprate o vendute, decidiamo – almeno implicitamente – che sia appropriato trattarle come merci, come strumenti di profitto e di consumo. Ma non sempre questo ci permette di dare valutazioni corrette.
L’esempio più ovvio è l’essere umano. La schiavitù è orribile perché tratta gli esseri umani come una merce da comprare e vendere all’asta. Questo trattamento non considera gli esseri umani come persone che meritano dignità e rispetto, ma come mezzi di guadagno e oggetti da usare.

Questo vale anche in altri casi. Non permettiamo che i bambini siano comprati o venduti, indipendentemente da quanto possa essere difficile il processo di adozione o da quanto siano disposti a fare gli aspiranti genitori. Anche ammesso che i potenziali acquirenti dovessero trattare responsabilmente il figlio, la nostra preoccupazione è che un mercato dei bambini esprimerebbe e promuoverebbe il modo sbagliato di valutarli. Giustamente i bambini non sono considerati beni di consumo, ma vite che meritano amore e cure.
Consideriamo, inoltre, i diritti e i doveri dei cittadini. Se siamo chiamati a fare il giurato in un processo, non possiamo pagare qualcuno perché prenda il nostro posto.
Così come non è permesso ai cittadini di vendere il loro voto, anche se ci sono altri pronti a comprarlo. Perché no? Perché crediamo che i doveri civici non siano una proprietà privata, ma una responsabilità pubblica.
Esternalizzarli significa degradarli, valutarli nel modo sbagliato.

Questi esempi evidenziano un aspetto più generale: alcune delle cose che contano nella vita sono degradate se vengono trasformate in merce. Allora, per stabilire qual è il posto del mercato e a che distanza andrebbe tenuto, dobbiamo decidere in che modo valutare beni come la salute, l’istruzione, la sfera familiare, la natura, l’arte, i doveri civici.
Sono questioni morali e politiche, non solo economiche. Per risolverle, dobbiamo
discutere, caso per caso, il significato morale di queste cose e il modo corretto di valutarle.
È una discussione che non abbiamo affrontato all’epoca del trionfalismo dei mercati e come conseguenza, senza rendercene conto e senza mai decidere di farlo, siamo passati dall’avere un’economia di
mercato a essere una società di mercato. 
La differenza è questa: un’economia di mercato è uno strumento – prezioso ed efficace – per organizzare l’attività produttiva, una società di mercato è un modo di vivere in cui i valori di mercato penetrano in ogni
aspetto dell’attività umana. Un luogo dove le relazioni sociali sono trasformate a immagine del mercato.
Il grande dibattito assente nella politica di oggi è quello sul ruolo e sulla portata dei mercati. 
Vogliamo un’economia di mercato o una società di mercato? 
Quale ruolo dovrebbero svolgere i mercati nella vita pubblica e nelle relazioni personali? 
Come possiamo decidere quali beni devono essere comprati e venduti e quali governati da valori non di mercato? 
Dov’è che la signoria dei soldi non dovrebbe esistere?
Anche se foste d’accordo sul fatto che occorre affrontare grandi questioni relative alla moralità dei mercati, potreste dubitareche il nostro dibattito pubblico sia all’altezza del compito. È una preoccupazione legittima.
In un’epoca in cui il dibattito politico consiste soprattutto in confronti televisivi dai toni accesi, in un livore fazioso negli interventi alla radio e in battaglie al congresso alimentate dalle ideologie, è difficile immaginare un dibattito pubblico caratterizzato da un ragionamento su questioni morali difficili come il modo giusto di valutare la procreazione, l’infanzia, l’istruzione, la salute, l’ambiente, la cittadinanza e altri beni.
Eppure, credo che una simile discussione sia possibile, ma solo se siamo disposti a estendere i termini del nostro dibattito pubblico e a confrontarci più esplicitamente con le diverse idee di benessere. 
Nella speranza di evitare faziosità, spesso pretendiamo che i cittadini si lascino alle spalle le loro convinzioni morali e spirituali quando entrano nell’arena pubblica. Ma la riluttanza ad ammettere in politica discussioni
sull’idea di benessere ha avuto una conseguenza imprevista: ha contribuito a spianare la strada al trionfalismo dei mercati e alla perdurante tenuta della logica di mercato.
A suo modo, la logica di mercato svuota anche di argomentazione morale la vita pubblica. 
Parte del fascino dei mercati si spiega con il fatto che non giudicano le preferenze che soddisfano. Non chiedono se alcuni modi di valutare le cose siano più nobili o più validi di altri. Se qualcuno è disposto a pagare per il sesso o per un rene e un adulto consenziente è disposto a vendere, l’unica domanda che l’economista si pone è: “A quale prezzo?”. I mercati non rimproverano, non discriminano tra preferenze lodevoli e preferenze spregevoli. Ognuna delle parti di un affare decide autonomamente quale valore attribuire ai beni al centro dello scambio. Questo atteggiamento nei confronti dei valori sta al cuore della logica di mercato e spiega gran parte del suo fascino. Ma la nostra riluttanza a impegnarci nell’argomentazione morale e spirituale, insieme con la nostra adesione ai mercati, ha avuto un prezzo elevato: ha svuotato di energia morale e civile il dibattito pubblico e ha dato un contributo alle politiche manageriali e tecnocratiche che affliggono oggi molte società.
Un dibattito sui limiti morali dei mercati potrebbe consentirci, come società, di decidere dove i mercati sono utili al bene comune e dove non devono stare. Per analizzare a fondo il posto che spetta ai mercati, è necessario ragionare insieme, pubblicamente, sul modo giusto di valutare i beni sociali a cui diamo un prezzo. Sarebbe folle pretendere che un dibattito pubblico moralmente più solido, anche se al suo meglio, possa condurre a un accordo su ogni questione. Produrrebbe però una vita pubblica più sana. E ci renderebbe più consapevoli del prezzo che paghiamo vivendo in una società in cui ogni cosa è in vendita.

(Michael J. Sandel insegna filosofia politica all’università di Harvard. Questo articolo è un estratto del suo saggio Quello che i soldi non possono comprare)

Fonte: Internazionale, 21/27 dicembre, N°980






martedì 18 dicembre 2012

Berlino vende armi a tutto il mondo (Der Spiegel)




La Germania ha sempre avuto politiche restrittive sull’esportazione di armi. 
Con Angela Merkel la situazione è cambiata. 
Oggi il paese fa affari con i regimi autoritari



Non è chiaro cosa piaccia agli arabi del nuovo carro armato da guerra Leopard 2. 
La sua affidabile canna liscia da 120 mm, che resta issa sul bersaglio anche quando il mastodonte da 68 tonnellate si sposta ad alta velocità nel deserto?
O i “generatori aggiuntivi dalla potenza maggiorata per le operazioni di check point”? 
Di sicuro gli esperti di armi in Arabia Saudita e in Qatar apprezzano il fatto che il nuovo Leopard abbia l’aria condizionata. Chi vorrebbe vedere i suoi soldati arrostirsi in mezzo al deserto, dove le temperature estive possono superare i 50 gradi?
A luglio l’azienda produttrice Krauss-Mafei Wegmann, di Monaco, ha inviato una delle sue armi miracolose nel deserto saudita per collaudare il Leopard 2 in condizioni estreme. 
Il ministro della difesa tedesco ha mandato sul campo un funzionario della bundeswehr, le forze armate, perché garantisse la sicurezza durante il collaudo del cannone in dotazione al carro armato.
Il successo del collaudo in pieno deserto non è passato inosservato. Il governo del Qatar vuole acquistare duecento carri armati,un affare che potrebbe fruttare fino a due miliardi di euro. 
I sauditi sono già dei  clienti affezionati. L’estate scorsa il governo tedesco ha risposto positivamente alla loro richiesta di acquistare 270 carri armati Leopard 2. Ma oggi Riyad vuole di più. Gli sceicchi hanno chiesto l’approvazione del governo tedesco per l’acquisto di qualche centinaio di mezzi di trasporto corazzati Boxer.

A fine novembre il consiglio di sicurezza federale della Germania ha preso in considerazione la richiesta. Il governo non ha ancora deciso nulla su questo affare, che potrebbe valere miliardi di euro. Le armi hi-tech tedesche sono molto richieste dai potentati arabi e da altri regimi autoritari, da quando si sono resi conto che il governo di coalizione tra i cristianodemocratici della cancelliera Angela Merkel e il Partito liberaldemocratico (Fdp) ha allentato i vincoli imposti in precedenza all’esportazione delle armi.
L’ultimo rapporto ufficiale sulle esportazioni degli equipaggiamenti militari, pubblicato nel  2011, mostra un mercato in pieno boom grazie ai permessi per le esportazioni rilasciati dal governo, per la prima volta superiori a dieci miliardi di euro. 
Il 42 per cento di queste armi è destinato ai cosiddetti paesi terzi, fuori della Nato o dell’Unione europea.  Nel 2010 la cifra non superava il 29 per cento. 

I numeri indicano che la dottrina Merkel comincia ad avere i suoi effetti. Secondo la cancelliera, solo in casi di estrema emergenza la Germania può inviare truppe nelle zone di conflitto. Bisogna rafforzare i “paesi partner” nelle aree di conlitto attraverso l’esportazione di armi, mettendoli in condizione di mantenere da soli la pace e la sicurezza. È una strategia rischiosa e una presa di distanza dalla tradizionale politica estera tedesca. “Anche con il senno di poi, le restrizioni imposte da Berlino alle sue politiche di esportazione di armamenti si sono rivelate l’approccio più giusto, e non dovremmo abbandonarle”, sostiene Hans-Dietrich Genscher (Fdp), che è stato a lungo ministro degli esteri.

Le armi più costose spesso continuano a essere usate per decenni. Il Leopard 2 è stato creato negli anni settanta e le sue prime versioni sono ancora in uso in molti paesi. Il rischio che questi armamenti possano finire nelle mani sbagliate è alto: la primavera araba ha dimostrato l’instabilità di molti regimi.
Però la cancelliera tedesca, che sostiene 
di fondare la sua politica sui valori della democrazia, acconsente a vendere le armi a regimi che non rispettano i diritti umani.
L’organismo al cui interno emergono queste contraddizioni è il consiglio di sicurezza federale, che s’incontra in segreto e a intervalli irregolari nella piccola sala conferenze della cancelleria. Il 26 novembre 2012 Merkel ha aperto uno di questi incontri. 
Il ministro degli esteri, Guido Westerwelle, e il ministro dello sviluppo, Dirk Niebel, hanno fatto un resoconto della situazione in Mali, il paese dell’Africa occidentale spaccato a metà dopo il colpo di stato organizzato dai militari la scorsa primavera.
Poi è venuto il turno di Gerhard Schindler, presidente del Bundesnachrichtendienst (Bnd), l’agenzia d’intelligence per l’estero, che ha tirato fuori una cartellina piena di diapositive e cartine. Secondo Schindler, la situazione in Mali è difficile: molti soldati leali al governo
hanno disertato e l’esercito è incapace di opporsi agli islamisti che controllano il nord del paese.
“Il Mali settentrionale sta diventando un’area ospitale per il terrorismo”. Al termine della presentazione di Schindler, sembra che la cancelliera abbia esclamato: “Che posto di merda”.
Dopo aver discusso il primo punto all’ordine del giorno, il presidente del Bnd e il coordinatore dei rapporti tra la cancelleria e i servizi lasciano sempre la sala. Quando arriva il momento di parlare degli accordi per l’esportazione di armi, la cancelliera e gli altri otto membri permanenti del governo (i ministri degli esteri, delle inanze, della difesa, dell’economia, dell’interno, dello sviluppo e della giustizia, più il capo dello staff di Angela Merkel) preferiscono escludere gli altri funzionari dalle discussioni. 
Le bozze contengono informazioni di massima sugli accordi che sono stati approvati o su quelli respinti. Il 26 novembre si è parlato di Medio Oriente. Proteggere la sicurezza di Israele è “parte della ragion d’essere del mio paese”, aveva dichiarato Merkel nel marzo del 2008. “Da cancelliera tedesca posso dire che la sicurezza di Israele non sarà mai oggetto
di negoziati”, aveva aggiunto. Il risultato parziale di queste dichiarazioni è che
Israele ottiene dalla Germania sottomarini nucleari e qualsiasi altra arma desideri. 
Questa volta Israele vuole i lanciagranate e le armi anticorazza più moderne della
Dynamit Nobel Defence, che ha i suoi impianti vicino a Siegen. 
Nei messaggi pubblicitari l’azienda sottolinea che i suoi lanciarazzi possono essere usati a distanza ravvicinata e in spazi ridotti, due qualità per l’impiego contro Hamas nella
Striscia di Gaza. Le richieste di Israele erano nell’agenda del consiglio di sicurezza federale già a giugno. Ma in quell’occasione il ministro degli esteri e il ministro per la cooperazione economica e lo sviluppo avevano espresso dei dubbi sull’opportunità di esportare delle armi per la guerra urbana in una zona a rischio di combattimenti.
Il 26 novembre 
Merkel e i suoi ministri hanno approvato la richiesta di Tel Aviv. 
La Germania deve sostenere Israele “ora più che mai”, ha spiegato uno dei ministri, perché Hamas è una minaccia seria.
La seconda richiesta era più delicata. I sauditi vogliono comprare i mezzi di trasporto
corazzati Boxer, coprodotti dalla Krauss-Mafei Wegmann. Il Boxer è uno dei veicoli da guerra più moderni del mondo. Può essere dotato di una stazione per armi telecomandate o trasformato in una sala operatoria mobile. La bundeswehr usa il Boxer in Afghanistan per il trasporto delle truppe. Ai sauditi serve per la guardia reale, che protegge la monarchia. I tre battaglioni di fanteria che compongono la guardia reale sono equipaggiati con armi leggere e veicoli corazzati. Con l’aggiunta dei Boxer, la guardia avrebbe a disposizione i migliori veicoli sul mercato.
I Boxer sono adatti anche a reprimere eventuali rivolte, grazie ai pneumatici che ne rendono possibile l’uso su strada. Se la primavera araba arrivasse in Arabia Saudita, la guardia reale sarebbe quasi sicuramente coinvolta. 
In uno scenario simile, le unità fedeli alla monarchia potrebbero scontrarsi con i manifestanti usando i carri armati di Berlino.

L’affare dei Boxer può essere redditizio per l’industria bellica tedesca, ma le aziende interessate dovranno aspettare: Angela Merkel e i suoi ministri non hanno preso nessuna decisione, rinviando tutto al 2013.
Oltre all’Arabia Saudita, gli altri grandi importatori di armi dalla Germania sono gli Emirati Arabi Uniti (Eau). 
Negli ultimi tre anni il governo di Angela Merkel ha approvato la vendita di armi agli Eau per un valore di 1,2 miliardi di euro. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar non sono gli unici beneiciari del cambiamento di rotta a Berlino. Anche se il governo non ha ancora diffuso i dati ufficiali, le garanzie approvate nel 2012 dall’agenzia di credito all’esportazione Hermes per sostenere gli accordi sull’esportazione di armi sono un buon indicatore della forza del settore. A fine novembre erano stateemesse sei garanzie, per un totale di 3,3 miliardi di euro. Inoltre queste garanzie sono state emesse per gli accordi stipulati con paesi situati in zone calde del mondo. 
Il principale destinatario è l’Algeria, seguita dall’Egitto, da Israele, dall’Indonesia, dall’Iraq e dal Pakistan. Le garanzie emesse per l’Egitto (700 milioni di euro) e per Israele (405 milioni di euro) sono delicate: in entrambi i casi dovrebbero proteggere l’acquisto di sottomarini costruiti dalla Hdw nella città di Kiel. 
sottomarini destinati all’Egitto, che non sono così sofisticati come quelli per Israele,
hanno innescato un conflitto tra la cancelliera tedesca e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, intenzionato a bloccare l’acquisto egiziano. 
La questione non è stata ancora risolta, ma il presidente egiziano, Mohammed Morsi, potrebbe ricevere presto due sottomarini nuovi di zecca.
Il caso egiziano dimostra che la dottrina Merkel è un programma su vasta scala per sostenere l’industria bellica nazionale. I paesi occidentali stanno riducendo le spese militari e anche le forze armate hanno dovuto fare dei tagli.
All’industria bellica tedesca, che impiega circa ottantamila persone, restano due possibilità: ridimensionarsi adattandosi al declino nella domanda o sviluppare nuovi mercati. 
Questi nuovi mercati, però, coprono aree del pianeta dove dittatori combattono tra di loro, regimi d’ispirazione religiosa finanziano organizzazioni terroristiche e 26 Internazionale 979 | 14 dicembre 2012 autocrati usano la violenza per opprimere i loro popoli. 
I mercati che crescono più rapidamente si trovano in Medio Oriente e tra le economie emergenti del sudest asiatico e  dell’America Latina.
Se paragonata alla Francia o al Regno Unito, la Germania impone ancora dei vincoli alla promozione della sua industria bellica.
L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato un vero e proprio sostenitore dell’industria bellica nazionale. Aveva promesso all’India, potenza nucleare emergente, un accordo che prevedeva la vendita di tecnologia nucleare come bonus in cambio dell’acquisto di aerei da combattimento francesi. Adesso il governo di Angela Merkel sta allentando i suoi vincoli nel settore della vendita di armi: “In Germania aumenta il sostegno politico all’idea che la riduzione delle spese militari debba essere compensata con un aumento delle esportazioni
di armi”, ha dichiarato Mark Bromley, dello Stokholm international peace research
institute (Sipri). Merkel sfrutta anche i suoi viaggi all’estero. In Angola ha oferto al presidente José Eduardo dos Santos la possibilità di una collaborazione energetica, ma gli ha
fatto presente che molte piattaforme petrolifere offshore sono poco protette. “Vorremmo
aiutarvi nel settore della difesa, potenziando la vostra marina militare”, ha detto Merkel in una conferenza a Luanda. Si riferiva alla vendita di pattugliatori per la guardia costiera angolana, il cui costo varia dai 10 ai 25 milioni di euro. hanno partecipato alla Fiera internazionale della difesa (Idex) di Abu Dhabi nel 2011.

Una era guidata dal vice ispettore generale delle forze armate, l’altra dal capo del dipartimento per gli armamenti del ministero della difesa. L’evento è considerato l’appuntamento più importante per l’industria bellica. Il Rheinmetall group, una delle 66 aziende tedesche che partecipavano alla fiera, ha presentato il suo ultimo carro armato, definito la “rivoluzione dei carri armati da combattimento”.
Anche la bundeswehr sostiene l’industria bellica con gli equipaggiamenti in dismissione, soprattutto i Leopard 2. Prima ne aveva più di 2.100 unità, oggi ne ha venduti all’estero 1.233. Nel mondo post guerra fredda, alla Germania non servono più di 225 carri armati. Prima di impacchettarli e spedirli alle loro nuove destinazioni, i Leopard vengono rimessi a nuovo dalle aziende produttrici, che guadagnano più di quanto ricavi la difesa dalla vendita dei suoi armamenti usati. 
Il Cile riceverà 172 carri armati, per i quali pagherà alle forze armate tedesche 46 milioni di euro. La Turchia ha ricevuto 354 carri armati, equipaggiati con una tecnologia da combattimento nuova per un valore di 289 milioni di euro. Angela Merkel sa che le esportazioni di armi non sono popolari. Agli elettori non piace che regimi autoritari come quello saudita usino le armi della Germania per restare al potere. 
La spiegazione ufficiale – la vendita di armi serve a salvare posti di lavoro – non ha presa sull’opinione pubblica. Eppure la cancelliera va dritta per la suam strada. Ha esposto per la prima volta il suom progetto a settembre. Due mesi dopo l’ha presentato a una conferenza per alti funzionari della difesa a Stausberg, vicino Berlino. 
Merkel ha dichiarato che l’Unione europea e la Nato dipendono da altri paesi, soprattutto quelli emergenti, che in futuro dovranno assumersi più responsabilità. “Credo che sia nostro interesse mettere i nostri collaboratori nelle condizioni di partecipare in modo efficace al mantenimento o alla riaffermazione della sicurezza e della pace nelle loro regioni”.
I funzionari della difesa e gli esperti di sicurezza presenti sapevano di cosa stava parlando: il governo deve fornire armi alle regioni a rischio di conflitto, come il Medio Oriente e il sudest asiatico, che le useranno per assicurare pace e stabilità. Dal punto di vista della cancelleria, questa dottrina risolverebbe due problemi. Da un lato giustificherebbe l’esportazione di armi nella penisola araba, a lungo ritenuta a rischio; dall’altro, fornirebbe al governo un’ulteriore giustificazione per la sua riluttanza a lasciarsi coinvolgere nei conflitti all’estero. 
Merkel non vuole assumersi la responsabilità di altre missioni militari. Ai suoi occhi l’Afghanistan è la dimostrazione del fallimento a cui vanno incontro gli interventi nei paesi stranieri. È più efficace e meno pericoloso dare sostegno militare a

strategico è l’Algeria. Il paese confina con il Mali e la Libia, e dovrebbe fare da testa di ponte nella lotta contro i terroristi islamici. I servizi algerini si sono iniltrati nell’organizzazione di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e anche gli Stati Uniti vorrebbero usare l’ex colonia francese come base per le loro azioni di controterrorismo. Non è un caso se l’Algeria è diventata un beneficiario sempre più importante delle esportazioni tedesche, collocandosi all’ottavo posto nel 2011. 
Due grosse aziende hanno avuto un ruolo di primo piano nel potenziamento degli armamenti algerini. Il paese ha ordinato navi da guerra alla Thyssen Krupp Marine Systems, mentre la Rheinmetall, con sede a Düsseldorf, sta costruendo una nuova fabbrica per produrre veicoli Fuchs.
L’Algeria ha da poco lanciato un’altra grossa esca sul mercato internazionale: un contratto da 1,5 miliardi di dollari per un moderno sistema di controllo dei confini destinato alla frontiera con il Mali, martoriato dalla guerra civile.
Con ogni probabilità il progetto susciterà l’interesse della compagnia di difesa europea Eads, che sta realizzando un sistema simile in Arabia Saudita. Il governo tedesco partecipa fornendo addestratori per le guardie di confine saudite.
Ma un partner strategico può diventare in poco tempo imprevedibile, come dimostra l’Egitto. Nel 2011 il Cairo ha sottoposto a Berlino una richiesta ufficiale per l’acquisto di due sottomarini dalla Hdw di Kiel. Gli egiziani non erano interessati ai sottomarini nucleari classe Dolphin che la Germania fornisce a Israele, ma a due unità di classe 209, meno sofisticata dal punto di vista tecnico. 
All’inizio l’accordo sembrava redditizio e facile. I funzionari del ministero della difesa tedesco avevano informato il ministro della difesa israeliano, e la cancelliera aveva chiamato il premier israeliano. Non c’erano state obiezioni. Ma da allora la situazione è cambiata. Il nuovo presidente egiziano, Mohammed Morsi, viene dai Fratelli musulmani e ha legami con Hamas. Il suo partito ha redatto una bozza di costituzione che, come quella in vigore all’epoca di Hosni Mubarak, pone la sharia alla base di qualsiasi altra legge. 
Tel Aviv non considera più gli egiziani degli alleati affidabili e l’affare dei sottomarini è diventato un problema.
Netanyahu ha chiesto di cancellare l’accordo. Irritata dall’improvviso voltafaccia israeliano,
la cancelleria ha dato la sua disponibilità a rivedere la decisione. Durante il
 ertice del 26 novembre, Westerwelle ha dichiarato che Berlino non dovrebbe far dipendere la sua posizione da Israele. Non importa quale sarà la decisione della Germania: allontanerà comunque un importante socio nella regione, sia Israele o l’Egitto.
La fornitura di armi tedesche agli Emirati Arabi Uniti è stata meno complicata. Berlino sostiene che il paese deve rafforzarsi militarmente contro l’Iran. Con un simile sostegno politico, non c’è da stupirsi che gli Eau siano diventati uno dei clienti preferiti dell’industria bellica della Germania. 
La Rheinmetall ha in programma di costruire entro il 2014 un moderno centro di addestramento per combattimenti con sistemi informatici e laser negli Emirati Arabi Uniti
he dovrebbe generare introiti per più di cento milioni di dollari. Appena il centro entrerà in funzione, le forze armate del paese avranno un livello di competenza nelle tecniche di combattimento con sistemi informatici e laser paragonabile a quello della bundeswehr. Berlino esita a promuovere attivamente la sua nuova linea politica. La cancelliera e i suoi consiglieri sono convinti che sarebbe meglio spiegare le linee generali della nuova dottrina sulla sicurezza e anche il ministro della difesa, Thomas de Maizière, è a favore di un approccio più coraggioso. Ma né Angela Merkel né il suo ministro della difesa sono scesi nei dettagli. Entrambi insistono nel dire che la maggior parte delle decisioni prese nel consiglio di sicurezza federale è segreta. Il governo non commenterà l’invio dei carri armati in Arabia Saudita.

Se dipendesse dal ministro degli esteri Westerwelle, il governo dovrebbe limitarsi a dire delle banalità sull’argomento. Lui fa il possibile per rafforzare la sua immagine di
sostenitore del disarmo. Dopo la rielezione di Barack Obama, ha dichiarato: “Spero che faremo passi avanti sulla via del disarmo e della non proliferazione nucleare”. Ma quando l’opinione pubblica si distrae, promuove l’industria bellica tedesca. 
L’invio di armi in Arabia Saudita è un grosso problema per Merkel, perché nessun diplomatico occidentale sa di preciso quanto
sia stabile la situazione nel paese. Il governo, che secondo gli standard occidentali è fondamentalista, è minacciato da forze ancora più estremiste. Se la situazione degenerasse, i carri armati e le altre armi tedesche rischierebbero di finire nelle mani di un movimento radicalmente antioccidentale.
C’è già un precedente nella regione. Per decenni il regime iraniano filoccidentale dello scià Mohammad Reza Pahlavi fu sostenuto dagli Stati Uniti. Nel 1979, quando la rivoluzione iraniana cacciò lo scià, le armi americane finirono nelle mani degli ayatollah, che oggi considerano Washington il loro peggiore nemico.



Fonte: Internazionale N°979, 14/20 dicembre 2012.