sabato 8 dicembre 2012

Ecoballe (Marco Travaglio)


Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto "salva-Ilva". 
Breve riassunto delle puntate precedenti. I giudici di Taranto accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide; quindi gli impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti fuorilegge – l’arma del delitto – saranno finalmente a norma, cioè smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre.
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Riva con qualcun altro. È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe. I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri. Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito. Già: e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio. Perché nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile. Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto. Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”. Me’ cojoni, dicono a Roma. E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà che è l’ennesima truffa, il governo sarà un altro). Ecco, non è credibile neppure il governo. Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes
C’è poi la palese incostituzionalità del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione. Non a Palazzo Chigi e al Quirinale.  Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione.
Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene. Corriere: “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide). Repubblica: “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip). Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”. Avvenire: “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero: “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”. La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”. Il Foglio: “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero: “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità: “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis. Perepè perepè perepè.

(Marco Travaglio)
Fonte: Il Fatto Quotidiano ( 1 dicembre 2012)
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/01/ecoballe/432940/

venerdì 7 dicembre 2012

Israele-Palestina: è ora di dare spazio alla diplomazia (Ha’aretz)




Il popolo palestinese vuole liberarsi dall’occupazione. Cose che capitano.
Ma come riuscirci? All’inizio ha provato a non fare nulla. Per vent’anni i palestinesi sono rimasti immobili, ma
non è servito a niente. Poi hanno provato con le pietre e i coltelli della prima intifada. Ma non hanno ottenuto nulla, a parte gli accordi di Oslo, che non hanno modificato la natura dell’occupazione.
Ci hanno riprovato con la seconda intifada, ma ancora nulla. 
Ci hanno provato con la diplomazia. Niente.
Oggi il popolo palestinese è diviso: con una mano lancia razzi Qassam e con l’altra chiede aiuto alle Nazioni
Unite. Israele le schiaccia entrambe. I palestinesi ci provano anche con la resistenza non violenta, ma in cambio ricevono colpi in faccia. E naturalmente non cambia niente. Israele continua a dire di no. Ma cosa vogliono davvero gli israeliani? Niente. Vogliono la calma. Vogliono che l’occupazione vada
avanti indisturbata. Quasi tutti i politici israeliani sono convinti che non ci sia soluzione al problema, e che in ogni caso non dobbiamo preoccuparci. I palestinesi non esistono. Il problema non esiste. Abbiamo lasciato la Striscia di Gaza, la Cisgiordania è tranquilla, sosteniamo la soluzione dei due stati. Cosa
vuole Israele dai palestinesi? Che stiano tranquilli. 
Ma i palestinesi vogliono liberarsi dall’occupazione. Cose che capitano.
Israele si presenta a questa nuova fase del conflitto negando più che mai l’esistenza del popolo palestinese. Il
governo sta provando a seppellire le teste dei cittadini israeliani sotto la sabbia e a convincerli che il problema non esiste.
Fino a quando non gli scoppierà un Qassam in faccia.
Ma allora, cosa dovrebbe fare Israele? Evitare l’uso della forza? Fare un passo indietro quando la vita degli israeliani del sud è diventata un inferno?
La verità è che non ha senso chiedersi queste cose ora. Bisognava pensarci prima. 
Oggi Israele è costretta a scegliere la solita via: omicidi mirati, attacchi violentissimi.
No alle bombe È vero, siamo un po’ cresciuti dall’operazione Piombo fuso. L’esercito israeliano non ha ucciso 250 agenti della polizia palestinese in un solo giorno, e l’operazione relativamente chirurgica in corso impallidisce, almeno per ora, di fronte ai crimini di quella precedente. Anche la retorica è un po’ meno vergognosa.
I politici e i generali si sfidano di nuovo in tv e alla radio a chi appare più assetato di sangue, ma lo fanno con meno ferocia. L’esercito ha adottato un nuovo termine per descrivere cosa intende fare ai vertici militari di Hamas: “decapitazione”. Di nuovo studiosi e intellettuali chiedono di tagliare acqua, viveri ed elettricità alla Striscia di Gaza.
Ma anche queste chiacchiere disumane sono meno scioviniste rispetto al passato. Chissà, forse stiamo cominciando a capire che bisogna fare qualcosa “una volta per tutte”, come dicono gli israeliani. Ma dobbiamo anche capire che la soluzione non passa per l’uso delle armi. Possiamo provare a dialogare con Hamas, accettare l’iniziativa di pace dei sauditi, perfino ripartire dal piano Olmert. Qualsiasi cosa, ma non la guerra. È ora di dare spazio alla diplomazia e di mettere fine all’occupazione. Il tempo delle bombe è finito.

(Gideon Levy è columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz)


Fonte: Fonte: Internazionale N°976, 23/29 novembre 2012

Caro Beppe, per Taranto non bastano tre mosse (Alessandro Marescotti)



Caro Beppe Grillo,
sono molto sorpreso dal tuo intervento sull’Ilva di Taranto, intitolato “Ilva in tre mosse” (lo incollo in coda a questo messaggio).
Al punto 2 scrivi: “Riprendere la produzione di acciaio dopo la bonifica”.
La fai semplice e se le cose del mondo fossero così semplici saremmo a cavallo. Anche Clini dice questo. Ritengo che formule così banali sono solo fumo negli occhi.
Confondi le bonifiche con la messa a norma degli impianti e non ti documenti se sia reslistico “mettere a norma” la più grande acciaieria d’Europa con le sue ciminiere che sovrastano le scuole elementari.
E’ nato qualche settimana fa un bambino con un tumore alla prostata. A tre giorni dalla nascita i dottori si sono accorti che qualcosa non andava.Non basta solo risarcire. Queste cose non devono accadere.
Noi non possiamo più fare scommesse a Taranto sulla testa dei tarantini. E forse e’ il momento di una virata coraggiosa che dia alla città altre e nuove prospettive.
Occorrerebbe – prima di lanciare soluzioni a mio parere semplicistiche – confrontarsi con la società civile tarantina e i movimenti che da tempo hanno elaborato un’altra piattaforma per superare definitivamente a Taranto l’economia dell’acciaio e dei veleni. Abbiamo studiato a fondo il problema e posso dirti che quello che hai scritto è distante da quello che occorre fare, è sbagliato e irrealistico, oltre che inutilmente oneroso per lo Stato per quanto concerne la nazionalizzazione.
Con questo tuo intervento dai fiato a chi illude la popolazione e i lavoratori che possa esserci un futuro pulito per uno stabilimento che – bada bene – non ha più futuro su mercato globalizzato e non è intrinsecamente ecosostenibile perché malato di gigantismo e viziato da difetti strutturali di origine.
Con questo intervento – forse non lo sai – sconfessi lo stesso Movimento 5 Stelle locale. Non voglio appesantire questa replica con studi e dati scientifici e che in questi anni abbiamo tradotto e diffuso presentandoli nell’ambito della procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Mi limito solo a sottolineare che l’area a caldo – lo dimostra l’esperienza di Genova – è incompatibile con la presenza di una centro abitato a poca distanza.
Sono proprio autorevoli studi scientifici e le stesse perizie della magistratura che rendono quanto mai azzardato sostenere una proposta di “ritorno all’acciaio” come la tua. Non è tecnicamente fattibile e non ci sono i margini economici per fare una simile operazione. L’area a caldo viene chiusa ovunque nel mondo civile se essa è accanto alle case. Persino a Pechino in occasione delle Olimpiadi hanno fatto sloggiare le acciaierie che producevano (come a Taranto) a ridosso del centro abitato.
Ci sono cose che prima o poi vanno fatte e lo stesso Regio decreto del 1934 – bada bene – imponeva di confinare le industrie insalubri (fra cui classificava quelle di produzione di ghisa e acciaio) isolate nelle campagne e lontane dai centri abitati. Negli anni del boom economico – e non solo a Taranto – si sono fatte scelte assurde che oggi vanno radicalmente riviste. Nazionalizzare non basta e non serve. Un errore rimane un errore, anche se nazionalizzi.
Ti chiedo di rivedere la tua posizione e di non confondere il risanamento degli impianti con le bonifiche, le quali riguardando non gli impianti ma i terreni e la falda. Le bonifiche del suolo – e non mi sembra di coglierlo nel tuo intervento –  sono sono la vera “grande opera” su cui concentrare le priorità e l’attenzione per la rinascita di Taranto, imitando la virtuosa esperienza della bonifica della Ruhr, un bacino che è rinato grazie al turismo, alla cultura e a un’intelligentedecontaminazione dei suoli e riqualificazione paesaggistico-ambientale.
A te, di cui apprezzo lo slancio sincero, e al tuo movimento chiedo di sostenere la nostra lotta per dare a Taranto un futuro completamente diverso, senza ciminiere e senza veleni, bonificando ambientalmente e moralmente una città martoriata dai veleni e dalla malapolitica.
Questo non e’ il momento di proporre dall’alto soluzioni di poche righe, scritte male e in fretta. Questo e’ il momento di lanciare una grande campagna nazionale perché il decreto monti-Clini-Napolitano sull'Ilva di Taranto non venga convertito il legge in quanto intende fermare non solo la Procura di Taranto ma tutte le procure d’Italia che indagano sui disastri ambientali e possono porre sotto sequestro impianti pericolosi per la salute pubblica.
Questo e’ il momento di difendere la Costituzione violata e di sostenere tutti i comitati italiani che si battono per la salute e le loro città. Un decreto che tolga alla magistratura il potere di sequestrare e bloccate impianti cancerogeni e velenosi e’ lì, in Parlamento. Va bloccato. Subito. In nome del diritto alla vita e alla salute. In nome delle speranze e delle proposte dell’Italia pulita, moralmente pulita. Caro Beppe Grillo, agiamo adesso, e uniamoci in nome dei comuni sentimenti che animano l’Italia migliore, quella non intercettata, non intrallazzata e non rassegnata.
Con amicizia
Questo e’ il post di Beppe Grillo:
Per risolvere la questione dell’ILVA bastano tre mosse:
1 – risanare gli impianti utilizzando il più possibile la manodopera impiegata negli impianti che nella sua totalità sarà comunque stipendiata da Riva
2 – riprendere la produzione di acciaio dopo la bonifica
3 – far sostenere a Riva ogni spesa medica per le persone ammalate e risarcire le famiglie dei morti a causa dell’inquinamento.
Nel caso Riva si rifiuti di contribuire gli verranno espropriati i capitali necessari, l’eventuale differenza per coprire i costi sarà sostenuta dallo Stato. L’Ilva sarà quindi messa all’asta e, in mancanza di offerte private accettabili, nazionalizzata.

(Alessandro Marescotti)
Fonte: www.il fattop quotidiano.it - 6 dicembre 2012

Palestina-Israele: un conflitto squilibrato (Al Jazeera English)




I giornalisti si sforzano di apparire neutrali, ma a farne le spese è la verità.
Parla una reporter di Al Jazeera.


E' incredibile osservare le centinaia di giornalisti stranieri e locali che raccontano questa guerra.
Nel 2008 Israele e l’Egitto chiusero le frontiere e confinarono i giornalisti ai margini del conflitto che si svolgeva nella Striscia di Gaza.
In questi giorni Gaza è sotto i riflettori. 
Il problema principale dei giornalisti che devono raccontare cosa succede qui è lo sbilanciamento del conflitto: non ci sono paragoni tra Israele e Gaza, tra i combattenti
palestinesi e l’esercito israeliano, tra i razzi e i missili. Ci insegnano a essere neutrali, imparziali, equilibrati. Ma questo non è un conflitto equilibrato e, nel tentativo di appianare le differenze, alcuni finiscono per raccontare una storia sbagliata o incompleta.
Questa settimana una giornalista televisiva che rispetto e ammiro si è rivolta al collega in studio parlando dell’“assedio israeliano di Gaza, come lo chiamano i palestinesi”. Era nel centro di Gaza mentre le forze di terra di Israele circondavano la Striscia, le navi da guerra accerchiavano la costa e i droni e gli F16 pattugliavano i cieli. Se mai c’era stato un momento in cui si poteva dire che Gaza era sotto assedio, era quello. Eppure il bisogno di apparire equilibrata le ha impedito di dire la verità.
Di fronte al conflitto arabo-israeliano, i mezzi d’informazione si sentono obbligati a neutralizzare gli avvenimenti per non suscitare polemiche o urtare sensibilità, a disumanizzare gli eventi per paura di mostrare compassione o, peggio ancora, simpatia verso i palestinesi, che equivarrebbe a un suicidio professionale. Ma
evitare di esporsi e di dire le cose come stanno è un tradimento della verità e del giornalismo.
Ecco alcuni fatti fondamentali che spesso sono omessi dai giornalisti. Hamas non è Gaza: a Gaza vivono più di un milione e mezzo di palestinesi e alcuni abitanti della Striscia non si interessano di politica.
Gaza è una società, non un rifugio di terroristi. Le parole Gaza e Hamas non sono intercambiabili. Hamas governa Gaza, ma non ci sono scuole, caserme o ministeri di Hamas. Sono deinizioni usate da Israele per giustificare gli attacchi.
Il problema più pericoloso per il giornalismo di questi tempi è il concetto di bersaglio legittimo. Una casa in cui vivono dieci persone compresi bambini, donne e anziani viene colpita da un missile. 
All’inizio c’è una reazione indignata, ma poi l’esercito israeliano rende noto che l’obiettivo era un “esponente di Hamas”. Di colpo la notizia è raccontata in un altro modo. Il particolare dell’esponente di Hamas è incluso in tutti i servizi senza discutere né contestualizzare: ora è tutto a posto, perché prima l’avvenimento era troppo sbilanciato.
La mancanza di contesto è determinante. I razzi di Hamas non sono una reazione all’ultimo missile caduto, ma a sei anni di assedi, assassini e segregazione. I missili di Israele non sono una risposta ai razzi sparati oggi su Ashkelon, ma agli anni di razzi lanciati contro le comunità del sud del paese. A innescare questa guerra non è stato un omicidio: lo scoppio del conflitto era prevedibile almeno da due
anni e mezzo. Quel che in fondo c’è da chiedersi è quando finirà tutto questo. La risposta più semplice è che presto ci sarà una tregua: come in tutte le altre guerre israeliane, ci sarà quando Israele riterrà di aver portato a termine la missione e aver punito abbastanza Gaza. E in questo caso voglio dire proprio Gaza.

(Sherine Tadros è la corrispondente di Al Jazeera English dal Medio Oriente.)

Fonte: Internazionale N°976, 23/29 novembre 2012

lunedì 19 novembre 2012

Gli orfani di Silvio Berlusconi (Le Monde)




E' passato un anno da quando Silvio Berlusconi ha messo ine al suo governo dopo aver perso credibilità
per non aver saputo affrontare la crisi ed essere stato ridicolizzato da una serie di scandali pubblici e privati.

Quel giorno sono finiti vent’anni di dominio politico su una destra italiana – dagli orfani della Democrazia cristiana ai
postfascisti di Alleanza nazionale, fino agli xenofobi della Lega nord – che Berlusconi ha saputo unire grazie al suo carisma, alla sua abilità e a mezzi finanziari quasi illimitati.
Di questo insieme eterogeneo e vittorioso, oggi restano solo le macerie, mentre si avvicinano le elezioni politiche del prossimo aprile, quando il paese sarà chiamato a eleggere il successore di Mario Monti.
Secondo i sondaggi, il Popolo della libertà (Pdl), il partito fondato da Berlusconi nel marzo del 2009, oggi raccoglierebbe circa il 17 per cento dei voti, mentre in passato ha sfiorato il 40 per cento. Le elezioni del 28 ottobre scorso in Sicilia, che hanno visto la vittoria del candidato del centrosinistra Rosario Crocetta, hanno ancora una volta dimostrato il declino della destra. Futuro e libertà per l’Italia (Fli), il partito fondato da Gianfranco Fini dopo la sua spettacolare rottura con il Cavaliere nel luglio del 2010, arriva a malapena al 3 per cento, mentre aspirava a incarnare una destra moderna, liberale e laica.
I centristi dell’Unione di centro (Udc), che si ritengono i rappresentanti “dell’anima italiana (moderata, cattolica e disponibile al compromesso), rappresentano il 7 per cento degli elettori. A quanto pare la loro strategia di alleanze variabili a seconda dei casi (a destra o a sinistra) non ha sedotto gli italiani.

 La Lega nord, infine, ha dovuto rivedere i sogni di espansione elettorale a sud del Po ed è impegnata a conservare le sue ultime roccaforti nel settentrione. 
La Lega raccoglie oggi solo l’8 per cento dei consensi, contro il 13 per cento ottenuto alle elezioni regionali dell’aprile del 2010, nel momento di massima espansione del partito.
La destra italiana postberlusconiana soffre dell’assenza di un leader.

Di chi è la colpa? Innanzitutto dello stesso Berlusconi. In Italia, come in altri paesi, i leader politici pensano raramente alla loro successione, se non per affrettarsi a “eliminare” il deflino che hanno designato. Di
volta in volta Fini, il leader dei centristi Pierferdinando Casini, Umberto Bossi e più di recente Angelino Alfano, a cui Berlusconi ha affidato la gestione del Pdl, hanno tutti creduto di poter conquistare questa eredità politica. Ma il Cavaliere ha inito per fargli perdere la pazienza e ognuno di loro ha preferito coltivare i suoi elettori invece
di aspettare una successione rimandata continuamente.
Oggi nessuno dei suoi uomini ha un’influenza tale da poter riempire il vuoto lasciato e unificare lo schieramento di centrodestra. Inoltre molti di loro non sono stati risparmiati dalla stagione degli scandali che ha portato alle dimissioni di Berlusconi. 
Due tra i principali protagonisti della destra italiana sono stati travolti da vicende politico-finanziarie da cui non sembrano più in grado di riprendersi. Il caso più eclatante è quello di Bossi, che ha dovuto abbandonare ogni responsabilità operativa nella Lega nord dopo che nella primavera del 2011 un’inchiesta giudiziaria ha rivelato l’uso a fini privati di fondi pubblici destinati al partito. 
Nel frattempo Fini continua a essere coinvolto in un’oscura vicenda di un appartamento a Montecarlo, ufficialmente

di proprietà di Alleanza nazionale, il suo ex partito, ma che in realtà apparterrebbe al cognato. Recenti rivelazioni sul caso hanno aggravato la posizione del leader di Fli. 
Per quanto riguarda il Pdl, la situazione non è molto migliore. Gli scandali a ripetizione nelle regioni governate da
questo partito (in particolare il Lazio e la Lombardia) hanno messo in luce dei sistemi consolidati di clientelismo, corruzione e arricchimento personale. Ma anche ipotizzando che questi partiti riescano a mettersi d’accordo, resta il problema di sapere se avranno un obiettivo comune. Il berlusconismo di cui sono stati gli interpreti non è un’ideologia, al massimo è un modo per conservare il potere sostenendo i presunti interessi dell’italiano
medio. 
Il berlusconismo è Berlusconi e basta. Liberale agli esordi, cattolico per necessità, in un paese dove la chiesa ha sempre voce in capitolo, atlantista ed europeista per tradizione, ma vicino ai poteri forti dell’est (Russia e Bielorussia) e del Maghreb (Libia) per interessi energetici, Berlusconi ha continuato a strumentalizzare il dibattito politico. Durante il suo ultimo mandato – e anche dopo – si è fatto notare per le sue proposte di rilancio della spesa pubblica (mentre il debito del paese raggiungeva i duemila miliardi di euro) e per le critiche alla moneta unica. In questo insieme di contraddizioni è difficile trovare un ilo conduttore capace di permettere la costruzione di una nuova coalizione elettorale della destra.

Di fronte a queste macerie, Berlusconi ha creduto a lungo di poter essere l’uomo in grado di fare tabula rasa per ricominciare da capo. L’abitudine ai voltafaccia repentini, l’instancabile fiducia in se stesso e la debolezza degli avversari hanno rafforzato questa convinzione. Per un anno ha creduto di essere la soluzione per l’Italia dopo
che il governo Monti avrà allontanato gli italiani dal piacere masochistico dell’austerità.
Per un anno ha esplorato tutte le soluzioni: nuovo partito, nuovo nome, nuove alleanze. Profondo conoscitore delle
tecniche di marketing, l’ex presidente del consiglio ha fatto testare in tutta Italia il
“marchio Berlusconi”, fino a quando i risultati di queste ricerche e una condanna a quattro anni di prigione per frode fiscale hanno infranto il suo sogno. Si è arrivati alla fine di questa agonia politica: a 76 anni Berlusconi non guiderà il suo schieramento la prossima primavera.
Ma allora chi lo farà? La diserzione del capo storico prelude a una ricomposizione generale della destra e del centro. Privo del sostegno finanziario del suo fondatore, il Pdl deve procedere alla “deberlusconizzazione” per ritrovare la fiducia di elettori stanchi di scandali a ripetizione. Le elezioni primarie, previste a dicembre, dovranno indicare un nuovo leader.
La Lega nord, che ha affidato il suo destino all’ex ministro dell’interno Roberto Maroni, ha in parte rotto con il suo folclore (camicie verdi e rituali pagani) per far meglio dimenticare la fine del regno di Bossi e presentarsi come un partito di governo. 
Fini cerca di uscire dal suo splendido isolamento, che gli ha permesso di costruirsi una buona immagine personale, ma con mediocri risultati elettorali.
L’Udc, infine, moltiplica i contatti con le organizzazioni cattoliche per far emergere “il partito moderato” di cui vorrebbe essere l’espressione politica. Intanto Berlusconi ha deciso di gettare la spugna, e di fatto questo disastro
è la sua rivincita.



Riassunto tratto da un articolo di Philippe Ridet (Le Monde)

Fonte: Internazionale N°975, 16/22 novembre 2012

venerdì 16 novembre 2012

Matrimoni omosessuali nel mondo (Los Angeles Time)



I sostenitori dei matrimoni tra persone dello stesso sesso hanno ottenuto vittorie di misura nei quattro stati statunitensi in cui si è votato il 6 novembre.
Un fatto che rilette un cambiamento dell’opinione pubblica che i sondaggisti stanno osservando da oltre un anno. I sostenitori dei diritti degli omosessuali hanno salutato i risultati della consultazione come una svolta decisiva, soprattutto dopo le 32 sconitte di ila registrate negli stati che in precedenza avevano sottoposto
lo stesso quesito al voto degli elettori. “La nostra campagna per conquistare il diritto al matrimonio per gli omosessuali in tutto il paese ha ottenuto una vittoria, e questo anno di trasformazioni è di buon auspicio per vittorie ancora più grandi nel 2013”, ha dichiarato Evan Wolfson, fondatore e presidente di Freedom to marry, un’associazione presente in tutti gli Stati Uniti che ha lanciato iniziative per sconfessare la tesi secondo cui il matrimonio omosessuale sarebbe dannoso per i figli.
Sul fronte opposto Brian Brown, presidente della National organization for marriage, un’associazione contraria al matrimonio degli omosessuali, ha dato la colpa della sconfitta alla scarsità di fondi a disposizione rispetto a chi invece difende questo diritto. Brown ha detto di volersi impegnare a “preservare il matrimonio così come Dio lo ha voluto”.

I successi elettorali del 6 novembre potrebbero dare nuovo impulso a tutte le campagne e le battaglie legali in corso non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, in Africa e in Asia.
Il diritto degli omosessuali a sposarsi è già riconosciuto in buona parte del mondo occidentale, e il risultato dei referendum del 6 novembre indica che tra i cittadini statunitensi prevale la tendenza ad accettarlo. Tra i paesi e le aree geograiche dove le leggi ammettono i matrimoni tra persone dello stesso sesso ci sono attualmente il Canada, la Scandinavia, alcuni paesi dell’Europa occidentale, il Sudafrica e l’Argentina. Il 7 novembre il governo del presidentefrancese François Hollande ha approvato un disegno di legge che consente “il matrimonio per tutti”, mantenendo un impegno assunto in campagna elettorale, quello a riconoscere il diritto degli omosessuali a sposarsi e ad adottare figli. Un provvedimento che incontrerà una forte opposizione, e quando a gennaio sarà discusso in parlamento, si assisterà a una battaglia politica tra la Francia urbana e quella rurale più che a un passo indietro dell’opinione pubblica sui diritti degli omosessuali.


Il 6 novembre i sostenitori del matrimonio tra persone dello stesso sesso hanno riportato
una vittoria anche in Spagna, dove la Corte suprema ha respinto un ricorso contro la legge del 2005 che l’ha istituito. Il ricorso era stato presentato dal Partito popolare, secondo cui per la costituzione spagnola il matrimonio è solo tra uomo e donna. Da quando la cattolica Spagna è diventato il terzo paese, dopo i Paesi Bassi e il Belgio, a riconoscere il diritto a sposare una persona del proprio sesso, sono stati celebrati oltre 22mila matrimoni di questo tipo. Ma il diritto degli omosessuali a sposarsi sta guadagnando terreno anche in un paese guidato dai conservatori come il Regno Unito. Il governo Cameron ha infatti promesso di presentare un provvedimento che stabilisca il diritto al matrimonio anche per le persone dello stesso sesso. D’altronde nel Regno Unito sono già ammesse le “unioni civili”, che riconoscono gli stessi diritti e privilegi previsti dal matrimonio eterosessuale.
I matrimoni omosessuali sono tuttora malvisti e illegali in gran parte dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia centrale, mentre paesi che sono grandi potenze, come la Russia, la Cina e il Giappone, non hanno ancora affrontato il tema della loro legalizzazione. Tuttavia, segni di un cambiamento dell’orientamento dell’opinione
pubblica e delle leggi arrivano anche dagli angoli più remoti del pianeta. Secondo quanto riferito dalla Bbc, il Malawi, un paese dell’Africa sudorientale, ha sospeso una legge in vigore che puniva i rapporti tra persone dello stesso sesso e ha disposto che la polizia smetta di arrestare e perseguire le persone sospettate di averla
violata.

(Los Angeles Times, Stati Uniti)

Fonte: Internazionale N°975, 16/22 novembre 2012






Donne: la maggioranza non silenziosa (The Nation)




Il 6 novembre, al voto per le presidenziali, le donne statunitensi hanno
mandato un messaggio politico inequivocabile. Il divario di genere (tra uomini e donne che hanno votato) ha raggiunto il 18 per cento, nettamente superiore al 12 per cento del 2008. Le donne sono state
la maggioranza dell’elettorato, e il 23 per cento dei voti è arrivato da donne non sposate.
La forte crescita dell’attivismo femminista ha avuto un effetto concreto sulle elezioni, ma per la netta vittoria dei democratici è stato determinante anche, se non soprattutto, il silenzio delle donne. Anche se
durante la campagna elettorale i mezzi d’informazione e i movimenti femministi si sono concentrati sulla “guerra alle donne”, le statunitensi sono ancora restie a parlare del loro rapporto con l’aborto e la violenza
sessuale.
Le femministe si battono da anni per cancellare il marchio d’infamia che circonda lo stupro e l’interruzione di gravidanza, invitando le donne a raccontare le loro storie.
Negli Stati Uniti un terzo delle donne ricorre all’aborto almeno una volta nella vita, mentre nel 2010 più di 600mila donne adulte sono state stuprate. Eppure, la maggior parte di loro sceglie di non parlare di queste esperienze. Probabilmente il silenzio non è la strategia più efficace per migliorare la condizione delle donne, ma potrebbe aver piantato l’ultimo chiodo sulla bara dei repubblicani.
Parte dell’arretratezza culturale dei re pubblicani sui problemi del mondo femminile deriva dalla loro tendenza al dogmatismo acritico. Quando sostengono che difficilmente le donne restano incinte dopo uno
stupro, lo dicono perché ci credono davvero.
Quando etichettano l’aborto come un rifugio peccaminoso per le donne promiscue, è perché sono realmente convinti che le donne “giuste” non interrompono la gravidanza. Arrivano perino a mettere in dubbio
le statistiche sugli stupri pur di sostenere che le donne rispettose delle regole non subiscono violenze sessuali. Secondo loro la molestia è un triste ma inevitabile destino per le donne che si vestono in un certo modo, bevono, hanno rapporti sessuali con chi vogliono o fanno qualsiasi cosa si allontani dagli ideali tradizionali della femminilità.
Nel Partito repubblicano ci sono troppe persone incapaci di immaginare che questi problemi riguardano anche le donne delle loro comunità e delle loro famiglie. Continuando a non parlare apertamente delle loro esperienze, le donne alimentano questa ignoranza. È per questo che Mitt Romney può dire tranquillamente che alle elettrici non interessa la “guerra alle donne”. Non c’è dubbio che i repubblicani abbiano
sottovalutato l’importanza di questi argomenti, spinti dal sessismo e dalla misoginia, ma è altrettanto vero che il silenzio delle donne asseconda la loro illusione.
I risultati delle elezioni, però, raccontano una verità innegabile: le donne a cui non piace parlare di queste cose non hanno avuto paura di esprimere la loro opinione al momento del voto. Ma è sbagliato mantenere
il silenzio sull’aborto e la violenza sessuale. È una tendenza generalizzata che dobbiamo invertire, se vogliamo un cambiamento reale e un progresso del femminismo.
Qualunque sia il modo scelto dalle donne per farsi sentire – con l’attivismo o solo con il voto – non si può negare che oggi questi problemi siano fondamentali. Il difficile sarà farsi sentire anche dopo le elezioni.


(Jessica Valenti, The Nation, Stati Uniti)

Fonte: Internazionale N°975, 16/22 novembre 2012

giovedì 1 novembre 2012

I veri sostenitori di Grillo (Financial Times)



Da quando è apparso sulla scena politica italiana, il comico Beppe Grillo viene puntualmente liquidato
come un bufone dall’establishment. Finora, però, Grillo ha riso bene perché ha riso ultimo.
Il 28 ottobre, a pochi mesi dalla sua prima vittoria in un’elezione importante (quella del sindaco
di Parma), il Movimento 5 stelle è diventato il primo partito della Sicilia.
Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche di primavera, quindi, è ora che le élite politiche di Roma prendano Grillo più seriamente.
L’Italia sta compiendo la transizione più significativa dal 1992, anno in cui l’ordine politico
nato nel dopoguerra si è disgregato. Ora infatti, dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi, il centrodestra
è imploso lasciando un grande vuoto melettorale.
L’economia italiana, bloccata da più di dieci anni, è oggi in recessione. Gli elettori, alle prese con misure di austerità e disgustati da nuove ondate di scandali di corruzione, stanno voltando le spalle ai partiti tradizionali. Uno dei poli di attrazione di questa rabbia è proprio Beppe Grillo. Il suo programma contiene proposte che
colgono gli umori dell’elettorato, come tagliare gli stipendi dei politici e impedire che i pregiudicati
siedano in parlamento. Oggi Grillo non riscuoterebbe tanti consensi se i partiti tradizionali avessero fatto proprie queste ragionevoli richieste.
Ai problemi dell’Italia, il Movimento 5 stelle non offre certo soluzioni coerenti. Grillo chiede
un referendum sull’euro, ma non dice cosa farebbe con il brusco deprezzamento della lira che seguirebbe
all’uscita dell’Italia dalla moneta unica. E i suoi progetti di ridurre il deficit con tagli degli sprechi sono troppo vaghi.
Resta il fatto che, senza una riforma tangibile da parte dei partiti, nessuno potrà stupirsi se gli elettori italiani continueranno a concedere a Grillo il beneficio del dubbio.
Ecco perché sia il Pd a sinistra sia il Pdl a destra devono far propri nuovi standard etici nella scelta dei candidati, ringiovanire i loro dirigenti e aprirsi di più alla società.
I due schieramenti devono poi assolutamente far approvare la legge anticorruzione, che va avanti e indietro tra le camere da due anni, e riformare la legge elettorale, che oggi non permette
agli elettori di esprimere una preferenza per un candidato.
Senza queste riforme, le élite politiche italiane saranno le più efficaci procacciatrici di
voti per il comico che tanto disprezzano.

(Financial Times, Regno Unito)


(Fonte: Internazionale 2/8 novembre 2012, N° 273)

domenica 14 ottobre 2012

Onu: “Per salvare il pianeta bisogna cambiare dieta, basta carne e latticini (World Press)



Serve un cambiamento della dieta globale per salvare il mondo dalla fame, dalla penuria di combustibili e dalle conseguenze più gravi del riscaldamento climatico. Lo afferma un rapporto dell’Unep, il Programma ambientale dell’Onu, lanciato in occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente di sabato, secondo il quale, con una popolazione mondiale di 9,1 miliardi di persone attesa nel 2050, la predilezione occidentale per bistecche e formaggi diventerà insostenibile.

“Gli impatti dell’agricoltura dovrebbero aumentare in misura sostanziale, perché la crescita della popolazione aumenterà i consumi di prodotti animali. A differenza dei combustibili fossili, è difficile trovare alternative: la gente deve mangiare – si legge nel rapporto -. Una riduzione degli impatti sarà possibile solo con una sostanziale cambiamento della dieta mondiale, che faccia a meno di prodotti animali”.
Il professor Edgar Hertwich, che ha coordinato il rapporto, dice al quotidiano britannico The Guardian : “I prodotti di origine animale causano più danni all’ambiente che la produzione di minerali per costruzione, come la sabbia o il cemento, la plastica o i metalli. Le biomasse e le colture per mangimi animali sono dannose come bruciare combustibili fossili”.
Gli esperti dell’Unep hanno classificato vari prodotti, risorse, attività economiche e trasporti a seconda dei loro impatti ambientali. L’agricoltura si è classificata allo stesso posto del consumo di combustibili fossili perchè entrambi aumentano in fretta con l’accelerazione della crescita economica, spiegano.
Il copresidente del gruppo, l’esperto ambientale Ernst von Weizsaecker, spiega “il crescente benessere provoca un cambiamento della dieta in favore di carne e latticini. L’allevamento di animali consuma gran parte dei raccolti mondiali, e di conseguenza moltissima acqua, fertilizzanti e pesticidi”.
Sia l’energia che l’agricoltura vanno “staccate” dalla crescita economica perché gli impatti ambientali, secondo il rapporto, aumentano dell’80% con un raddoppio del reddito disponibile.
Achim Steiner, vice segretario generale dell’Onu e direttore esecutivo dell’Unep afferma che “il decoupling della crescita dal degrado dell’ambiente è la sfida principale per i governi in un mondo con popolazione crescente, redditi crescenti, consumi crescenti e la sfida permanente della riduzione della povertà”.
Ecco la lista delle priorità ambientali per i governi di tutto il mondo individuate dal rapporto: cambiamento climatico, cambiamento dell’habitat, eccessivo utilizzo di azoto e fosforo nei fertilizzanti, sfruttamento eccessivo della pesca, delle foreste e di altre risorse, specie invasive, acqua potabile e fognature non sicure. Esposizione al piombo, inquinamento atmosferico urbano ed esposizione lavorativa ai particolati.
L’agricoltura, in particolare per la produzione di carne e latticini, conta per il 70% dei consumi idrici mondiali, per il 38% dell’utilizzo del terreno e per il 19% delle emissioni di gas serra. Lo scorso anno la Fao ha diffuso una stima secondo la quale la produzione di cibo dovrà aumentare del 70% a livello globale entro il 2050 per alimentare la popolazione: secondo l’organizzazione alimentare dell’Onu i progressi tecnologici non basteranno a controbilanciare l’aumento demografico.

giovedì 11 ottobre 2012

Quello che Obama e Romney non dicono (Noam Chomsky)



Il 19 settembre Justin Gillis ha scritto sul New York Times che per quest’anno LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI nel mar Glaciale artico si è fermato, “ma non prima di aver battuto il suo precedente record”. Lo scioglimento è molto più veloce di quanto previsto dai più avanzati modelli computerizzati e dall’ultimo rapporto dell’Onu sul riscaldamento globale. Nuovi dati indicano che entro il 2020 d’estate non ci sarà più
ghiaccio, mentre secondo le stime precedenti sarebbe dovuto scomparire nel 2050. “Ma i governi non hanno reagito alla notizia limitando le emissioni di gas serra”,
scrive Gillis. “Al contrario, hanno deciso di sfruttare i minerali che sono diventati accessibili nell’Artico e di estrarre una maggiore quantità di petrolio”, cioè di accelerare la catastrofe. (...)

Anche il secondo grande problema, LA GUERRA NUCLEARE, è in prima pagina tutti i giorni, ma in modo curioso. Il pericolo, come al solito, viene dal Medio Oriente, in

particolare dall’Iran, almeno secondo gli occidentali.
In Medio Oriente, però, gli Stati Uniti e Israele sono considerati un pericolo molto maggiore. A difFerenza ell’Iran, Israele non accetta ispezioni e si riFiuta di Firmare
il Trattato di non proliferazione nucleare. Ha centinaia di missili atomici, sistemi avanzati Ndi lancio e una lunga storia di violenza e aggressioni, grazie al costante appoggio degli Stati Uniti. Invece i servizi segreti americani non sanno con certezza se
l’Iran sta cercando di produrre armi nucleari. Però a Teheran deve essere negato
il diritto di arricchire l’uranio, che è garantito dal Trattato di non proliferazione.
(...)

Siamo sulla strada di una guerra devastante, forse di un conflitto atomico. 
Ci sarebbero misure semplici per evitarlo, ma non saranno mai adottate se non ci sarà
un grande movimento popolare che le chiede. Anche questo, però, è poco probabile, almeno finché questi problemi saranno ignorati non solo nel circo elettorale ma anche in quello dell’informazione. 
Le elezioni sono gestite dall’industria delle pubbliche relazioni, la cui attività principale è la pubblicità commerciale, che serve per manipolare il mercato creando consumatori disinformati che fanno scelte irrazionali.

(Noam Chomsky insegna linguistica all’Mit di Boston.)


Fonte: Internazionale N° 970, 12/18 ottobre 2012 

lunedì 24 settembre 2012

Capitali milionari in fuga e più tasse per i poveri (Die Zeit)



Da mesi i ricchi dell'europa meridionale fanno sparire in sordina i loro risparmi, spostandoli in quelle zone del continente che gli offrono un regime fiscale più vantaggioso.

E contribuiscono in questo modo ad aggravare la crisi dell'Eurozona.
Oggi greci, italiani e spagnoli fanno sparire miliardi dai loro conti: tra gennaio e maggio di quest'anno. per esempio, i depositari delle banche spagnole sono diminuiti di 86 miliardi di euro.
Le ragioni sono varie.
Una grossa fetta di questi capitali è finita spesso in conti svizzeri. La confederazione è un rifugio sicuro per i ricchi che non hanno fiducia nel loro paese. Diverse banche svizzere hanno reso noto che in alcune filiali le loro cassette di sicurezza sono piene.
Secondo un'indagine pubblicata di recente, nel 2011 i depositi dei clienti greci nelle banche svizzere sono passati da 1,5 a 4,3 miliardi di franchi (3,5 miliardi di euro). I depositari spagnoli sono cresciuti da 600 milioni a 7,9 miliardi di franchi, mentre quelli italiani sono passati da 1,4 a 16,5 miliardi.
Una delle conseguenze dello spostamento di denaro è che molti ricchi - o le loro aziende- alla fine pagano pochissime tasse o addirittura nessuna. Ci riescono attraverso l'evasione fiscale, ma anche grazie all'elusione fiscale, cioè l'uso di scorciatoie legali per aggirare le tasse, che è legittima ma ugualmente disastrosa per i paesi dell'europa meridionale.

Il comportamento di alcuni privilegiati rischia di minacciare la stessa tenuta del continente, sostiene l'ex ministro delle finanze tedesco Hans Eichel: "I ricchi che si sottraggono dall'obbligo delle tasse, rendono la pressione fiscale ancora più pesante per i poveri. Se i capi di governo europei non interverrannoo con determinazione, sarà in pericolo la democrazia stessa".



Fonte: tratto da Internazionale n°966, 14/20 settembre 2012 (articolo tratto da Die Zeit, Germania)


giovedì 20 settembre 2012

La NATO non intende intervenire in Siria: ecco il perché. (Agi)



Secondo un articolo pubblicato dal Sole 24 ore il 17 settembre, cito testualmente:
"La Siria, nelle scorse settimane, ha dimostrato in modo esemplare quali vantaggi strategici si possono ricavare dal possesso accoppiato di armi di distruzione di massa e di missili atti a lanciarle. La minaccia del regime di Assad di usare il proprio arsenale chimico «soltanto contro un invasore esterno» (la Siria è uno dei sette Paesi che non hanno firmato la Convenzione del 1993 per la messa al bando di questo tipo di armi e si ritiene possegga uno stock vasto e moderno di vari tipi di gas) è stata recepita con molta serietà dai Paesi circostanti ostili all'attuale dirigenza siriana, Israele e Turchia in primis, ma anche l'Arabia Saudita."

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-09-17/quelle-ambizioni-lungo-raggio-082247.shtml?uuid=AbzRKveG


Ecco dunque spiegato il perché, come recita un articolo del 20 settembre:
"L
a Nato non ha alcuna intenzione di intervenire militarmente in Siria. Lo afferma il segretario dell'Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, spiegando che la situazione in Siria e' completamente differente da quella libica. "In Libia siamo intervenuti in base a un mandato delle Nazioni Unite e avevamo un forte appoggio da tutta la regione, nulla del genere riguarda la Siria", spiega Rasmussen. "Sul piano religioso, etnico e politico la societa' siriana e' inoltre molto piu' complessa di quella libica, per questo un intervento avrebbe conseguenze incalcolabili per la regione. La soluzione migliore per la Siria e' di natura politica" .


Fonte: http://www.agi.it/estero/notizie/201209201045-est-rt10047-siria_nato_nessuna_intenzione_di_intervento_militare




Niente esportazione della democrazia.


Per questa volta.


Guarisce dal cancro al colon grazie a frutta e verdura (Il Sole 24 Ore)




Un cancro aggressivo al colon peggiorato e inoperabile: ad aprile di quest'anno la notizia che, ormai, non c'era più niente da fare. Eppure in quattro mesi, semplicemente cambiando la propria dieta, è riuscito a liberarsi della malattia: è quello che è successo ad Allan Taylor, settantottenne di Middlesbrough (Regno Unito) che, cercando su internet, ha messo a punto un nuovo regime alimentare eliminando carne rossa e latticini e sostituendoli con 10 porzioni di frutta e verdura crude al giorno, e prediligendo l'utilizzo di curry, orzo selvatico in polvere, semi di albicocca e integratori di selenio.

Dopo un intervento e tre mesi di chemioterapia per combattere contro il cancro al colon che lo aveva colpito, Taylor aveva ricevuto la notizia sul peggioramento delle sue condizioni di salute ad aprile: il tumore si era infatti diffuso anche all'intestino tenue. Seguì una diagnosi nefasta:cancro inoperabile. Poi il cambio di alimentazione che, spiega Taylor, lo avrebbe preservato da morte certa: «Ero determinato a mantenere un atteggiamento positivo - ha raccontato il settantottenne al 'Sunday Mirror' - e ho deciso di trovare da solo una soluzione, digitando sui motori di ricerca del web l'espressione 'cure per il cancro del colon'». All'inizio di agosto la notizia della guarigione: gli esami strumentali non mostravano più alcuna traccia delle anomalie riscontrate nell'intestino tenue.

venerdì 14 settembre 2012

Ideata e subito insabbiata la progettazione di un' automobile ecologia nel 1941 (Informare per resistere)



Il fondatore della casa automobilistica più famosa di tutti i tempi fu, all’insaputa di molti, l’ideatore di una delle prime automobili completamente ecologiche e green, sia per via dei materiali che la costituivano sia per via della fonte 

combustibile utilizzata per il suo funzionamento. 


Si tratta della Hemp Body Car, ideata da Henry Ford (1863 – 1947) nel 1941. 


L’automobile era costituita principalmente da fibre di cellulosa biodegradabili derivate dalla canapa e dalla paglia di grano, ma non solo. 


Il funzionamento del suo motore era stato reso possibile mediante l’impiego di etanolo di canapa. Già nel 1925 Ford aveva azzardato l’ipotesi di riuscire a creare un’auto completamente realizzata ed alimentata grazie alla canapa. 


Era inoltre certo che dalla maggior parte dei vegetali, comprese mele, patate ed erbacce, potessero essere tratte sostanze combustibili da utilizzare per il funzionamento degli stessi mezzi per la coltivazione agricola, garantendo la possibilità di coltivare i campi con l’ausilio di mezzi meccanici per centinaia di anni. 


La Hemp Body Car era alimentata dalla canapa distillata, il cui valore inquinante era stato indicato come pari a zero. Perché non venne mai prodotta su larga scala? Poiché Ford morì pochi anni dopo, nel 1947, e poiché nel 1955 la coltivazione della canapa fu proibita negli Stati Uniti.


Fonte: 
http://www.informarexresistere.fr/2012/06/13/le-5-piu-grandi-eco-invenzioni-dimenticate/#axzz26TpMQhe1

giovedì 6 settembre 2012

Le cattive ragazze di Mosca (Julia Iofe )



La mattina del 21 febbraio, a Mosca, Nadežda Tolokonnikova, Maria Alëkhina ed Ekaterina Samutsevič si sono avvicinate all’altare della cattedrale di Cristo Salvatore, si sono sfilate gli abiti invernali, hanno indossato dei passamontagna colorati e per quaranta secondi si sono messe a saltare tirando calci e pugni in aria. La sera stessa le tre ragazze hanno trasformato il tutto in un video musicale intitolato Preghiera punk. Madre santa, caccia via Putin, un modo per contestare il patriarca ortodosso e il presidente russo. Su internet il video si è diffuso come un virus.

Tre giorni dopo, contro le tre ragazze è stato emesso un mandato d’arresto. Stando all’atto di accusa, il loro processo prometteva di diventare un passaggio decisivo nella storia della cristianità: ufficialmente le ragazze
sarebbero state processate per teppismo, ma il procuratore ha spiegato che erano accusate di “aver insultato l’intero mondo cristiano”.

La preghiera punk rientra in una serie di performance che prendono di mira i simboli del regime, passato e presente. Le ragazze hanno spiegato di aver scelto la cattedrale di Cristo Salvatore perché a loro avviso
è stata trasformata in un centro commerciale e soprattutto per la decisione del patriarca Kirill di esortare i fedeli a votare Putin alle elezioni del 4 marzo 2012.

L’obiettivo delle Pussy Riot era lanciare una provocazione alla società russa. Ben presto, però, il gruppo ha scoperto che Vladimir Putin era determinato a imporre la sua estetica politica.

Il 30 luglio, nella prima giornata del processo, che si è aperto con le dichiarazioni delle imputate lette dai loro avvocati difensori, tutto è sembrato finalmente chiarirsi.
Le tre giovani hanno presentato le loro scuse ai fedeli che avevano offeso. Le tre Pussy Riot, che ogni tanto si appisolavano chiuse nella loro gabbia, si sono sentite accusare dallo stato russo di essere “motivate dall’odio religioso”, di “avere assunto una posizione cinicamente contraria al mondo ortodosso”, di aver “tentato di sminuire secoli di dogmi riconosciuti e venerati” e di aver “violato i diritti e la sovranità della chiesa
ortodossa”. Nel testo dell’accusa si legge anche che le ragazze hanno scosso “le fondamenta spirituali” della Federazione russa. Strano, avevamo la netta impressione che la Russia fosse uno stato laico.

Quando la giudice ha chiesto alle ragazze se si dichiaravano colpevoli o innocenti, Maria Alëkhina ha risposto che non capiva nemmeno in cosa consistessero le accuse. Alla seconda giornata di dibattimento il processo era ormai diventato un motivo d’imbarazzo per tutti. 
Perfino per i fedelissimi di Putin. Un esponente del partito di governo, Russia unita, ha scritto nel suo blog che, pur sentendosi offeso dall’esibizione delle Pussy Riot, sapeva bene che “un atto d’accusa basato sul canone ecclesiastico ortodosso del cinquecento avrebbe reso il paese lo zimbello del mondo intero”. 
Ben presto si è capito che le autorità non vedevano l’ora di chiudere la vicenda e spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su qualcosa di meno imbarazzante.


La giudice ha fatto tutto il possibile per non far trapelare nulla fuori dall’aula. Tanto per cominciare, ha fatto sospendere lo streaming dal vivo del dibattimento, sostenendo che si trattava di una misura a difesa delle parti lese. Poi, il secondo giorno, ha spostato il processo in un’aula più piccola, che poteva ospitare non più di
dieci giornalisti. Solo quando chi è rimasto fuori ha cominciato a protestare, si è tornati nella vecchia aula. Il giorno seguente la giudice ha vietato anche l’uso di Twitter. 
Il processo, la condanna, l’aura del martirio: le Pussy Riot non avevano previsto niente del genere. Ma la loro esibizione ha toccato un nervo scoperto,

e la reazione esagerata dello stato è diventata subito parte dello spettacolo. Insomma, se il primo atto (la preghiera punk) era stato giudicato troppo provocatorio perfino da alcuni progressisti, il secondo (il
processo alle streghe) si è trasformato in una cause célèbre che ha riunito tutto il fronte dell’opposizione. Al processo sembrava di essere di fronte a un esempio perfetto di un genere letterario tipicamente russo: la
commedia nera che racconta i lati comici e assurdi dell’oppressione. E infatti le tre Pussy Riot hanno riso sonoramente per tutto il dibattimento.

Il che ha fatto ripetutamente perdere le staffe alla giudice, che a un certo punto ha strillato: “Dev’essere proprio divertente per voi!”. A quel punto la Alëkhina, trattenendo a stento una risata, ha risposto: “Macché, è tristissimo”. 
Definire quello delle Pussy Riot un processo spettacolo equivarrebbe a sminuirne

l’estetica grottesca. Non è stato un processo spettacolo, ma uno spettacolo sì: un sontuoso spettacolo tragicomico in cui tre ragazze di poco più di vent’anni, pur senza averne l’intenzione, hanno messo sotto scacco il regime.

Il 17 agosto le Pussy Riot sono state condannate a due anni di reclusione.



(Julia Iofe è una giornalista statunitense di origine russa. Vive a Mosca)

Fonte: Internazionale N°963, 24/30 agosto 2012.